L'oggetto del giudizio di cognizione tra crisi delle categorie del diritto civile e evoluzioni del diritto processuale

Collana
  • Data di pubblicazione

    ottobre 2016

  • Formato

    Copertina Flessibile

  • Pagine

    336

  • ISBN

    9788892104716

€ 38,00

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Abstract
L’interrogativo del testo “L’oggetto del giudizio di cognizione” di Elena D’Alessandro è suggerito dalla constatazione che sia le categorie civilistiche italiane – e sia anche la riflessione sostanzial-comparatistica (così feconda nella sede torinese cui l’autrice si è legata) – appaiono incrinare quel monolita ottocentesco che è il diritto soggettivo su cui cadrebbe lo Streitgegenstand quale res giudizialmente dedotta e futuro oggetto del giudicato, inteso non già come altro rispetto a quella res ma come evoluzione dinamica in funzione stabilizzante. Su queste angolature verte la predominante parte prima del libro, snodandosi in una introduzione e poi in tre capitoli: il primo introduttivo e diacronico, echeggiante l’antico dibattito tedesco che ebbe l’acme a cavallo della metà del secondo scorso. Il capitolo II difende la impostazione prevalente in Italia che fa centro oggettuale del processo il diritto ipotetico dedotto in giudizio dall’attore, mostrandone la compatibilità sia con i regolamenti UE, sia con il dibattito processuale internazionalistico in generale. Assai ampio è invece il III capitolo, che saggia la situazione soggettiva, quale res giudicabile, sul banco del dibattito civilistico, da un lato, e della frequente evenienza di una lex causae straniera, per altro verso. La parte II del libro consta di un unico capitolo dedicato alla modifica (più o meno intensa) di codesta res iudicanda, e quindi all’art. 183 c.p.c. e ai limiti di ammissibile esercizio dello jus poenitendi, specie nel campo dei giudizi sulla patologia dei contratti.
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